Architetture del potere
Quando cammino nelle sale del Palazzo Reale di Torino, non cerco la storia ufficiale né la grandiosità dei suoi stucchi. Cerco la luce. Cerco quel modo in cui scivola sulle superfici dorate, si posa sui velluti, si spezza negli specchi, si addensa negli angoli. È una luce calda, quasi polverosa, che rende vivo ciò che potrebbe sembrare immobile.
Mi attirano i dettagli: un trono che sembra aspettare qualcuno, un tavolo apparecchiato come se la cena dovesse iniziare da un momento all’altro, un visitatore che si ferma davanti a un quadro, un’armatura che conserva ancora un’eco di movimento. In questi spazi così ricchi, così pieni, io cerco il silenzio: il punto in cui l’occhio si ferma e la scena diventa intima.
Fotografare qui significa lasciarsi attraversare dal contrasto tra la monumentalità del luogo e la fragilità dei gesti che lo abitano oggi: chi osserva, chi passa, chi scatta una foto. È un dialogo tra epoche, tra materiali, tra modi diversi di guardare.
Questa serie è il mio modo di restituire quel dialogo: non la magnificenza del palazzo, ma la sua atmosfera. Le sue ombre calde, i suoi ori che respirano, la sua capacità di trasformare ogni presenza in una piccola storia.