Passio​​​​​​​
Contemplare: guardare con assorto e intenso interesse
La pratica della contemplazione, al di là dell’accezione datale dal cristianesimo, soccombe nella contemporaneità all’accelerazione progressiva e costante che caratterizza l’esistenza umana quantomeno nel mondo occidentalizzato. L’esito di questa accelerazione è un vorticoso correre solipsistico della maggioranza degli individui che risolvono, appunto, la realtà in loro stessi disconoscendo il prossimo, cioè colui che sta di fronte, e relegandolo a mero strumento di realizzazione ontologica personale. È in questa crisi “dell’antrophos” che si rende necessaria la contemplazione della morte che rappresenta in sé il principio e la fine di ogni individualità e pare essere l’unica sosta dell’esistenza umana capace di sfuggire all’accelerazione del mondo. Proprio questa certezza dell’arresto repelle l’umanità la cui esistenza non viene pensata in termini provvisori, effimeri e biologicamente marcati ma in un presentismo che quasi nega il futuro, distogliendone lo sguardo, e ricostruisce un passato ad hoc per giustificarsi esistenzialmente prima come individui e poi come società. La sacra rappresentazione della passione e della morte di Cristo, al di là della fede religiosa, che è questione meramente personale, ripropone la morte come centro dell’esistenza umana richiamando quei processi comunitari di condivisione dello spazio e del tempo come beni comuni che le società, basate esclusivamente sul commercio e sulla pecunia, trasformano in materia prima per generare profitti.
Strade piene, cuori vuoti: l'ingiustizia cammina tra noi ogni giorno.
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Peso del legno, come il peso del mondo moderno.
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Marcia rituale: potere e popolo si confondono nella notte.
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L'ingiustizia globale pesa su ogni passo
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Ritmi infranti: il corpo come campo di battaglia
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Folla in marcia: il mondo cerca pace tra luci instabili.
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Croce in corsa: giustizia rincorsa tra muri e silenzi urbani.
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Due croci, mille dolori: fame e guerra non hanno palco.
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